Ronnie Peterson: l'Orso di Orebro

di Edoardo Arreni

Ronnie Peterson: l''Orso di Orebro

Ronnie Peterson, all’anagrafe Bengt Ronnie Peterson, nacque il 14 febbraio 1944 a Orebro, in Svezia. Non fu mai un grande studente, ed assecondato dal padre Sven, già pilota, si trovò in tenera età a poter già guidare veicoli a motore.

Tutto iniziò con la costruzione di un incrocio fra un go kart e un trattorino che Ronnie e il fratello più giovane Tommy usavano dal mattino alla sera tutti i giorni.

Questo mezzo si evolse fino al 1962 quando venne auto costruito il primo go kart che portò Ronnie al secondo posto del campionato svedese classe D. Fino al 1966 Ronnie e la sua famiglia girarono tutta l’Europa partecipando a moltissime gare che valsero a Peterson i titoli di campione svedese per tre volte, la medaglia di bronzo nell’Europeo a squadre, il campionato europeo classe A 1966, il terzo posto nel Mondiale e il premio come miglior pilota nell’Europeo a squadre.

Il 1966 è stato anche l’anno del passaggio alle auto, precisamente in F3 con una monoposto, la Swebe, costruita dal padre copiando l’allora diffusissima Brabham. A fine anno fu comprata una vera Brabham per affrontare l’annata 1967, che lo mise in luce agli occhi del pubblico europeo.

Nel 1968 passò all’italiana Tecno con la quale conquistò sia il titolo svedese sia quello europeo partecipando in totale a 26 gare, vincendone 12.

L’anno seguente partecipò a 22 gare in F3 ma debuttò anche in tre “nuove” specialità: F2, Vetture Sport e Rally, vincendo 16 volte, finendo secondo in due occasioni e terzo in altre tre; con altri vari piazzamenti.

Il 1969 fu segnato da due eventi importanti nella vita di Ronnie: conobbe Barbro Edwardsson, che sarebbe diventata la donna della sua vita, e corse il GP di Montecarlo F3. Partecipare alla prestigiosa gara monegasca - che fino agli anni Ottanta valeva da sola un’ intera stagione continentale - gli consentì di conoscere Max Mosley, all’epoca ds e socio di maggioranza della March, casa cui il biondo svedese legherà gran parte della sua carriera.

Nel 1970, oltre alla partecipazone a 11 gare di F2, arriva anche il debutto in F1 (nove i GP disputati), oltre ad alcune altre apparizioni nelle gare Sport-Prototipi – tra le quali la 24 Ore di Le Mans – su Ferrari e Lola. Ronnie corse la sua prima gara di F1 il 10 maggio, a Monaco, con una privatissima e poco competitiva March 701. In prova sigla però il settimo tempo ed avviene l’inevitabile: tutti si accorgono di lui. Il 1971 fu quasi sicuramente la sua migliore stagione.Vince il campionato di F2, ottiene il secondo posto nel Mondiale F1 (con la March-STP, dietro a Stewart), conquista la prima vittoria assoluta alla 6 ore di Watkins Glen in coppia con Andrea De Adamich con l’Alfa 33/3 e, sempre tra le Sport, la prima vittoria nella classe 2 litri con la Lola T212.  

Vero stakanovista del volante (all’epoca così ci si guadagnava pane e companatico), nel 1972 corse ben 36 gare, finendo nono nel Mondiale di F1. Il suo palmarés è completato da due vittorie in F2. Ma il suo grande impegno è con le ruote coperte: fa parte dello squadrone Ferrari che vince il Mondiale Marche. A tale medaglia d’oro Ronnie contribuisce non poco. Nel 1973 passa alla Lotus-JPS. Quattro - Francia, Austria, Italia e Stati Uniti - le vittorie ottenute, ma il titolo va al compagno di squadra Emerson Fittipaldi. L’orso di Orebro (iniziarono a chiamarlo così per via della sponsorizzazione personale della Polar Caravan, il cui marchio era appunto un orsetto) è solo terzo a fine stagione, sopravanzato anche dallo scozzese Jackie Stewart. L’anno seguente Colin Chapman fece debuttare la Lotus 76, una delle poche monoposto non azzeccate della casa di Norfolk. Sia Ronnie che il suo team-mate, il belga Jacky Ickx, preferiscono la “vecchia” Lotus 72. Peterson, con tale vettura, è tre volte primo. La prima vittoria è al GP di Montecarlo. Seguono le medaglie d’oro al GP di Francia ed a quello d’Italia. Il titolo mondiale va ancora ad Emerson Fittipaldi, passato alla McLaren. Nel 1974 inizia anche la collaborazione di Ronnie con la BMW. La casa dell’elica lo fa correre nel Turismo con la CSL.

Il 1975 è definito, dalla stampa inglese, “The Lauda Year”. Il ferrarista domina la stagione, e l’annata si rivela disastrosa sia per la Lotus (in alcuni casi si dovette ancora ricorrere alla vecchia Tipo 72) che per la Bmw (Ronnie raccolse solo pochi punti in tutto l’anno). E’ l’anno del suo matrimonio con Barbro. Nasce anche la loro figlia, Nina. Nel 1976 la pazienza di Peterson viene meno. Inizia la stagione con la Lotus, ma la scarsa competitività della vettura di Chapman lo convince a cambiare aria subito dopo la gara inaugurale in Brasile. Passa alla March. Corre a Long Beach (GP Usa-Ovest) iscritto dal Theodore Racing ed il resto della stagione con la macchina schierata ufficialmente dalla casa di Bicester. La vittoria al GP d’Italia a Monza è uno dei suoi capolavori assoluti. Prese parte anche alle sue ultime corse di F2.

Arriviamo così al 1977. Firma per correre con l’avveniristica 6 ruote di Ken Tyrrell, la P34 progettata da Derek Gardner. Forma un connubio auto-pilota fra i più simbolici di tutta la storia della F1. A ben vedere fu anche questo un anno avaro di soddisfazioni perché la P34, oltre ad essere impegnativa nella messa a punto (e Ronnie, pilota velocissimo, non era proprio un collaudatore eccellente) montava quattro cerchi anteriori di misura non convenzionale. Dovevano essere quindi utilizzate delle gomme molto più piccole che ad un certo punto la Goodyear – visto che le utilizzava solo la casa dell’ex boscaiolo - decise di non fabbricare più. Qualche soddisfazione arrivò dalle gare con la nuova BMW 320i turbo, senza peraltro trovare la vittoria. Mentre Ronnie era alla Tyrrell il suo ex datore di lavoro Colin Chapman rivoluzionò il mondo delle macchine da corsa creando la Lotus 78, la prima wing car.

Lo svedese, nel 1978, tornò alla Lotus. L’altro svedese Gunnar Nilsson dovette cedere le armi a causa di un tumore che lo aveva colpito (ne morirà: non prima di avere tentato di tornare a correre con l'Arrows). Finalmente si trovò tra le mani una Lotus supercompetitiva (la 79), che pur con certi grossi difetti mai risolti - come i dischi posteriori inboard, che cuocevano letteralmente gli ammortizzatori - portò comunque Ronnie a vincere due volte: a Kyalami (GP del Sudafrica) e a Zeltweg (GP d’Austria). Suo compagno di squadra era Mario Andretti, uno dei grandissimi dell’automobilismo dell’epoca, che vinse alcune gare in più rispetto a Ronnie e si involò alla conquista del titolo iridato. Ci furono molte polemiche quell’anno perché spesso Ronnie fu - in alcuni casi platealmente - boicottato dalla sua stessa squadra a favore di Andretti, al quale erano spesso riservati i migliori materiali ed occhi di riguardo nelle messe a punto. Ronnie verso fine agosto, aveva già firmato per il 1979 con la McLaren, ma dal compagno di squadra lo distanziavano solo pochi punti. In molti, tra gli addetti ai lavori e i tifosi, si aspettavano a partire dal GP d’Italia una rimonta da parte di Peterson. Emblematiche le prime righe di un articolo di Tommaso Tommasi alla vigilia di Monza: “Fossimo in Argentina e si stessero svolgendo i Mondiali di calcio preconizzeremmo la vittoria della Nazionale svedese. In fondo gli americani, anche se di origine italiana, a pallone non ci sanno proprio giocare…”. Durante le prove del GP non va oltre la quinta piazza. Alla domenica, il destino è in agguato sin dal mattino: durante il warm up demolisce la sua 79 alla Seconda Variante. Torna ai box a piedi e nel motor home nero ed oro si accendono le discussioni. Volano anche parole grosse. Peterson, vista l’emergenza, chiede il “muletto” - la vettura di riserva, una 79 - assegnato ad Andretti. Per tutta risposta Chapman gli rinfaccia il contratto già firmato con Teddy Mayer per l’anno successivo. E gli assegna definitivamente una 78 dell’anno prima. E’ questa “vecchia macchina” che Ronnie fa spingere in pit lane per affrontare il GP.

Al via, dato dallo storico direttore di gara Gianni Restelli, Peterson non è velocissimo e viene affiancato a distanza ravvicinatissima dagli sveltissimi Hunt (McLaren) e Patrese (Arrows). Toccarsi è inevitabile e la Lotus di Ronnie finisce  prima contro il guard rail di destra per poi ripiombare in pista fermandosi sul lato sinistro sinistro del nastro di asfalto. La vecchia 78 prende fuoco. Quando con l’aiuto di alcuni colleghi venne estratto dalla sua auto l’esame medico (eseguito in ambulanza) evidenziò subito che le ferite erano dovute principalmente all’impatto col rail. Le ustioni erano poca cosa, ma le gambe erano plurifratturate. Nel caos, degno della miglior cronaca di malasanità, Ronnie non perse mai conoscenza. Inutile polemizzare sul sistema dei soccorsi. Si fecero passare ore prima che il pilota fosse trasportato all’Ospedale Niguarda di Milano. Sul ricovero in ospedale e su quello che successe esistono varie versioni, ed anche alcune leggende metropolitane. Quello che si sa di sicuro è che alle 19 gli ortopedici lo fecero portare in sala operatoria per un intervento chirurgico teso alla riduzione delle fratture. Durante la notte le condizioni di Ronnie peggiorarono. Gli emboli che si formarono in raggiunsero il cervello. Alle 9 ed 11 minuti dell’11 settembre 1978 Ronnie Peterson fu dichiarato morto per “embolia grassosa”. Come successo sempre a Monza per le morti di von Trips (1961) e Rindt (1970), fu aperto un procedimento penale che durò molti anni, imputò tutti e non mandò poi nessuno dietro le sbarre. Scena vista anche durante il processo Senna, ad Imola, nel 1994. Barbro Edwardsson-Peterson si scagliò contro le leggi italiane che, a suo dire, non consentirono all’ortopedico personale del marito di operare in Italia. In seguito Barbro avrà una relazione con John Watson e morirà suicida nel dicembre del 1987.

Ronnie lasciò un grande vuoto tra amici, colleghi e milioni di tifosi in tutto il mondo. Il giornalista svedese Frederik Af Petersen ha scritto un libro - “The Viking Drivers” - in memoria di Ronnie e del compatriota Gunnar Nilsson, andato letteralmente a ruba nelle librerie specializzate di tutto il mondo.

Ad Orebro, paese natale di Ronnie, è esposta una statua che lo ricorda (Foto), opera dello scultore Richard Brixel.

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