Piloti d’altri tempi: a pranzo con Gimax

di Redazione Italia DueMotori.com

Piloti d’altri tempi: a pranzo con Gimax


Ospitiamo con grande piacere sulle pagine di DueMotori.com un racconto informale di oggi, autunno 2015, che ha protagonisti due grandi piloti del passato, le cui gesta rimangono indelebili nel motorismo sportivo italiano e non solo. Righe scritte per far trasparire con le parole, sensazioni ed emozioni appartenenti a un motorismo sportivo genuino e a misura d'uomo, che oggi un po' ci manca, come ci mancano certi personaggi forti tanto in abitacolo quanto fuori da una macchina.
 
-------------------------------------------------------------------------------
Arriviamo nel parcheggio dell’elegante e raffinato Ristorante La Fornace di San Vittore Olona alle 12.30 precise, nel medesimo istante in cui Carlo Franchi, quotatissimo pilota fino alla fine degli  anni ’80, sta uscendo dalla utilitaria guidata dalla moglie per posizionarsi, con evidente sforzo, sulla sua carrozzina.

Assiste a quella scena  un altro famoso pilota d’epoca,Tino Brambilla, ottantuno primavere sulle spalle, che si precipita fuori dalla mia vettura aiutato solamente dal suo fido bastoncino.

I due sono amici di lunga data e hanno condiviso per una intera vita molte vicende motoristiche e millanta avventure sportive sugli autodromi di mezzo mondo. Ora li accomuna l’età, la terza età, una età assolutamente arzilla che li vede giovanissimi nella mente e nell’atteggiamento spavaldo, tipico dei grandi corridori, quelli duri e abituati a lottare. Sempre. Le rispettive  condizioni fisiche, invece, non appaiono proprio quelle di due giovanotti: entrambi sono stati purtroppo colpiti da un ictus, di tipo transitorio grazie al cielo. Superato alla grande anche se alcuni  segni sono rimasti addosso come  monito quotidiano: una carrozzina e un bastone. Ma è ampiamente dimostrato che un corpo ferito può sopportare anche quelle protesi materiali, meccaniche. Vero, ma solo  quando i pori della sua pelle sprizzano ancora parecchia vitalità. Quella forte e invincibile vitalità si apprezza chiaramente in Gimax e Tino.
Tino va subito incontro al suo amico , caracollando svelto e dritto, appoggiato alla terza gamba, come lui stesso definisce il suo bastone: “Perché mi per camminà g’hoo de cüntà e puntà, puntà e cüntà se no i gamb vann no!” Si salutano con la cordialità di sempre e poi Tino, trascurati altri preamboli, carica il bastone sulla carrozzina del Gimax, ne afferra le manopole come se fossero quelle della sua MV Agusta 175 e la spinge verso l’ingresso del locale.

Peo ed io, che in questo periodo siamo diventati gli angeli custodi di Tino, dopo aver stretto la mano a Carlo e alla moglie Mirella, ci soffermiamo ad osservare quella scena con un lieve sorriso di tenerezza: quasi centosessant’anni in due e guarda un po’ che voglia di vivere, di essere presenti, utili l’uno all’altro! E, infatti, non fanno in tempo ad accomodarsi alla tavola tonda e spaziosa a noi riservata, che subito si immergono in un dialogo fitto, senza pause, senza cerimoniali. La voglia di rivedersi, trovarsi, dedicare del tempo  per  rinnovare i ricordi più belli ed emozionanti delle loro splendide carriere c’è ancora. Eccome c’è! E allora oggi sciambola non solo perché abbiamo messo volentieri le gambe sotto il tavolo ma, soprattutto, perché  possiamo ascoltare ancora nuovi racconti, vecchie storie vere che hanno fatto la grande storia dell’automobilismo.

Gimax, al secolo Carlo Franchi, ed Ernesto Brambilla, detto Tino, si trovano uno di fianco all’altro seduti davanti a quella imponente tavola rotonda e ai miei occhi appaiono come due autentici cavalieri senza macchia e senza paura. I due amici non sono ancora entrati nel ruolo di commensali e non si sono nemmeno accorti, distratti da qualcosa di più grande e importante, che il cameriere ha già porto le carte del menu e attende l’ordine in ossequioso silenzio, quasi gli dispiaccia di interrompere quel momento magico. Il dialogo prende forma in un vociferare entusiastico, ad alto volume. Pare di essere in una corsia dei box quando per comunicare col prossimo ti tocca  urlare. Mirella cerca di moderare il tono di Carlo ma lui le fa notare che il locale è ancora vuoto e non cede di una virgola sui decibel.
“Caro Consonni, questo qui è stato un vero fenomeno!” dichiara Carlo rivolgendosi a me e puntando un dito verso l’amico Tino, “Se avesse avuto maggiori possibilità economiche non sarebbe stato secondo a nessuno. Forse nemmeno a Clark. Aveva una sensibilità di guida eccezionale ed era profondo conoscitore della meccanica automobilistica e dei motori!”
Mentre ascolto quella sacrosanta verità, ricorre ancora una volta nella mia mente un motivetto che nessuno mi ha mai tolto dalla testa e fa pressappoco così: ma dove lo trovi oggigiorno nell’ambito sportivo un concorrente, avversario, atleta, pilota che sappia sbilanciarsi in affermazioni così dirette a vantaggio di un altro? Gimax ci dà a suo modo una bella lezione di umiltà. Va bene, Tino e Gimax erano anche amici; ai loro tempi l’amicizia si coltivava negli autodromi e anche fuori. La generosità e lo spirito di corporazione erano sentimenti ancora forti, basati su un vivo senso di umanità: il senso del prossimo, il rispetto degli altri e delle loro inoppugnabili caratteristiche. 
Eppure  in pista se le sono suonate più volte e di santa ragione, preferibilmente in staccata e frapponendo pericolosamente le tue ruote tra quelle del tuo avversario.
Invece dai piloti di oggi traspare il freddo interesse personale, il gelido calcolo egoistico ma non i sentimenti veri, quelli che si dovrebbero  esprimere senza remore e sono, purtroppo, quasi scomparsi; forse sono stati fagocitati dal subdolo magnetismo delle centraline elettroniche o assorbiti dalla glaciale  telemetria. Lo si avverte  anche nelle conferenze-stampa, dalle loro risposte preconfezionate, standardizzate. Lo si evince dai comportamenti nelle gare che sembrano ormai disputate tra moduli lunari e non più tra automobili.
Piloti cibernetici, programmati da reti di computer che potrebbero fare le scarpe al povero e superato  elaboratore Hal 9000 di Stanley Kubrik.
“Voglio ancora un pilota con la panza” aveva scritto su un sms di quasi due anni fa il giornalista ed amico Giorgio Terruzzi e aveva perfettamente ragione. Ha tuttora ragione. La panza: quel luogo del corpo umano, comunemente situato nei paraggi dello stomaco, preposto a raccogliere  le emozioni e  le sensazioni che là fatalmente precipitano direttamente dal cuore, di norma contemporaneamente ad improvvise  accelerazioni delle pulsazioni.
E di tachicardia estrema ne dovrebbero sapere parecchio anche i piloti odierni! Ma le loro naturali e fisiologiche ricadute tachicardiche sembrerebbero  non trovare una panza, caro Terruzzi. 

Stop con le divagazioni. Io ho davanti a me due piloti con la panza e ora cerco di stuzzicarli sul tema del coraggio. Carlo ruba subito il tempo. “Tino aveva un coraggio da leone! A Monza percorreva il curvone in pieno e noialtri  non si capiva come. Siamo perfino andati sul posto ad osservarlo per capire se mollava o no l’acceleratore. Non ha mai staccato il piede, l’era un demoni!”
Intervengo sulla falsariga del suo discorso e gli porgo un CD musicale: “Caro Carlo, anche noi da ragazzini appassionati e tifosi del Tino siamo andati spesso a Lesmo, alla seconda curva di Lesmo, per ascoltare il rombo della sua monoposto. Ti confermo che anche lì succedeva la stessa cosa. L’ho scritto e cantato anche ne La Ballata dell’Ernesto, una canzone che ho composto con Giorgio Torti per il settantesimo compleanno di Tino. La potrai ascoltare su questo disco . Ed ora diamo retta anche al cameriere!”

Mirella, pazientissima moglie di Carlo, annuisce e poi in pochi secondi l’ordine è inoltrato, mentre lui si coccola il CD  appena ricevuto. I “vecchi” saltano l’antipasto e si dedicano a un salutare piatto unico, così come erano abituati quando erano in piena attività agonistica. Io, invece, le gare ora le faccio con la forchetta dopo aver peraltro trascorso la mia vita professionale a raccomandare le giuste diete alimentari agli sportivi!! Ma come si fa a resistere a una grigliata di buon pesce?
Dopo il disco è il momento di consegnare a Gimax anche il libro che ho scritto di recente: Tino Brambilla – Mi è sempre piaciuto vincere.
Lo accetta con evidente entusiasmo e molta contentezza. Non la finisce di ringraziarmi scorrendo le pagine un po’  a caso; io gli consiglio subito un passaggio che riguarda da vicino lui e il Tino: la trasferta inglese, consumata su una Giulietta Spider ad uso viaggio, trasporto e dormitorio, e organizzata  per recuperare un gran mucchio di ricambi per auto da corsa dal complicato sdoganamento. Ancora oggi ci ridono sopra i due, allo stesso modo in cui l’avevano vissuta goliardicamente nel 1963 da allegri compagni di avventura e colleghi.

Intanto Mirella estrae dalla borsetta  una brochure che ricorda la carriera del marito. La sfogliamo con curiosità , Peo ed io; sebbene entrambi conosciamo bene i trascorsi sportivi del Carlo Franchi pilota è sempre bello rinverdire i fasti e gli allori di un’epoca meravigliosa del motor sport. Carlo Franchi, nato a Lainate (Milano) il 1 gennaio 1938, ha sempre corso sotto lo pseudonimo Gimax, da lui stesso coniato unendo le sillabe iniziali dei nomi dei suoi figli: Gigi e Massimo. Un atto di puro affetto e di simbolica unione con essi anche durante il suo gratificante isolamento alle corse. Ma non solo. Conferma che la scelta dello pseudonimo si era resa necessaria per evitare problemi con l’Istituto bancario che concedeva fidi alla sua azienda.
“Durante una premiazione avvenuta nel 1977 – aggiunge Gimax – sponsorizzata dal medesimo Istituto di credito e riservata ai Campioni Nazionali di diverse discipline sportive, compariva anche un certo Gimax. S’eri mi. Vedendomi là di persona  i dirigenti della Cariplo in pochi istanti scoprirono questo “altarino”;  ma, se devo essere sincero, quella pericolosa sorpresa si tramutò presto in un beneficio per me perché subito dopo la Cariplo diventò uno dei miei sponsor!!”

Tino me lo aveva già detto che Gimax era molto abile anche come imprenditore oltre che un valido pilota di auto da corsa. Di corse ne ha disputate centinaia in trent’anni  di carriera, a partire dalle  monoposto di formula Junior, formula 3, formula 2, per arrivare alla formula 1 (in occasione della sfortunata edizione del Gran Premio d’Italia del 1978 con la Surtees quando fu  compagno di team di Vittorio Brambilla) e alla formula Aurora per due edizioni consecutive; con i Prototipi e le Gran Turismo non si contano le partecipazioni alle corse del calendario Internazionale che andavano per la maggiore, guidando per molte marche importanti.
“Anche il Vittorio andava veloce: come il vento! Era difficile tenere il suo passo, specialmente sotto la pioggia” ricorda Gimax, ancora una volta schietto e onesto. “Pure da lui ho imparato molto! Però anch’io me la cavavo bene, decisamente meglio con le auto a ruote coperte che con le monoposto.”



I titoli conquistati da Gimax sono diversi e considerevoli: ha vinto un Campionato Italiano di F2, uno nei Prototipi, un titolo Europeo, tre Campionati Italiani Prototipi Assoluti e tre di Classe, ha poi tentato l’avventura di  una gara di F1, quel funesto Gran Premio d’Italia a Monza nel 1978, non riuscendo comunque a qualificarsi per la competizione a causa di diversi problemi tecnici alla vettura assegnatagli da John Surtees.
Ma, al di là del palmares, Gimax ha sempre amato le corse per il piacere di correre, dimostrando una forte e genuina passione. Una passione costosa, si sa. Ed è probabile che ci abbia messo parecchi soldi dei suoi per gareggiare. E qui emerge ancora il piglio del bravo imprenditore. Però anche la sua innata classe e le sue ottime  capacità, allenate e accresciute con una pratica costante, gli hanno portato una cospicua fetta di gloria e di premi.
In una recente intervista Carlo Franchi ha dichiarato: ''Allora un pilota valido poteva rientrare nei costi e addirittura guadagnarci sopra qualcosa, perché gli ingaggi si trattavano direttamente con gli organizzatori e a quei tempi c'erano in palio anche discreti premi in denaro''. 
Nel 1965 riuscì veramente a guadagnare  del denaro con le corse: era pilota ufficiale  della De Sanctis e la casa romana costruttrice di monoposto altamente competitive e vincenti  lasciò a lui i premi delle gare. In Italia le De Sanctis furono guidate da diversi piloti, tra i quali ''Geky'' (Giacomo Russo), Jonathan Williams, Ignazio Giunti, Carlo Francisci, Marcello Gallo (''Gero''), Sandro Cinotti e anche lui, il Gimax. 
Continua ancora Carluccio – così  lo chiama affettuosamente la sua adorata moglie Mirella: “A quei tempi, per chi si dava da fare, le corse automobilistiche diventavano molto accessibili, anche perché le auto erano meno complicate e sofisticate e tanti di noi piloti erano anche buoni meccanici; esistevano, inoltre, molte aziende che, per farsi pubblicità, erano ben disposte ad aiutarti.”

Gimax  per molti anni è stato sostenuto dalla Fassi Gru, un'azienda con la quale egli collaborava tramite la sua azienda e che divenne sponsor principale dell’avventura motoristica. Lavoro che produceva lavoro, insomma. Oggi tutto questo non è più possibile in quanto servirebbero cifre astronomiche. 
Tino ascolta volentieri, asseconda con la testa e spesso rimarca e sottolinea con parole forti le affermazioni dell’amico.
Carlo poi si rivolge a me e a mio fratello  Peo:” Siete stati fortunati di avere vissuto al fianco di un uomo come il Tino! Specialmente tu, Peo! Hai potuto imparare tutti i segreti delle auto da corsa. Eppoi era un pilota fortissimo, un vero fenomeno. La prima volta che guidò una formula 3 fu in occasione di una prova sul percorso stradale di Monza, con la mia Wainer che gli avevo prestato volentieri. Già dal primo giro dal box avevamo avuto la netta sensazione che percorreva il curvone a tavoletta. Ci aveva lasciato a bocca aperta! A quel tempo non esisteva ancora la chicane e anche i migliori piloti tendevano ad alleggerire l’acceleratore nel curvone. Lui no, tirava dritto.
Poteva diventare un grandissimo, era un ottimo collaudatore e aveva il talento necessario per sfondare.” Lo aveva già dichiarato poco prima ma nel suo essere  ripetitivo  si intuisce quanto abbia davvero stimato Tino Brambilla. 
“Fare il curvone in pieno è sempre stata una mia abitudine fin da quando correvo con le motociclette!” minimizza seraficamente il Tino. Insomma niente di strano o spaventoso per lui. Roba da gente col pelo sulla panza per me.
“Quello che mi è mancato sono i soldi” - aggiunge poi Tino  con un tono di voce alto e direi anche un po’ incazzoso - “ c’erano piloti che si annunciavano alle grandi case costruttrici con una borsa bella piena di banconote e a me non  restava che tornare a stringere i bulloni nella mia officina di Monza!”.

Sposto il discorso dalle ipotesi, peraltro verosimili,  al vissuto pratico dei due e chiedo a Carlo una opinione sulla sicurezza nelle corse dei suoi tempi. Del resto non si possono scordare i molti piloti-martiri rimasti sugli asfalti di tutto il mondo.
“Guarda, – afferma con inaspettata decisione Gimax – le corse non sono serate da ballo. Chi le vuole fare sa perfettamente a che cosa può andare incontro. Non nascondiamoci dietro un dito. E’ pur vero che alcuni percorsi non erano all’altezza della situazione, specialmente i circuiti cittadini. Però si correva anche in montagna a cronometro e lassù non trovi di certo le vie di fuga.”
Peo da esperto pilota e meccanico, che ne ha viste di tutti i colori, aggiunge pacatamente: “All’ingresso delle piste britanniche compare un cartello con la scritta Motorsport is dangerous. E dice tutto. Se poi ci mettevi anche una dose in più di agonismo in corsa potevano succedere disastri.”
Lo spirito agonistico e battagliero trasformava i piloti di quegli anni in ideali cavalieri del rischio e in ogni contesa portata al limite, magari tra mezzi di potenza diversa, poteva accadere di provocare o ricevere uno sgarbo, anche involontariamente. Potevano nascere anche discussioni accese durante i  dopo-gara  nel paddock  ma l’atmosfera era decisamente quella dello sport: ce le diamo di santa ragione però dal campo si esce da amici. Mi piace portare ad esempio il “terzo tempo” del Rugby: un usanza rara che, a mio avviso, dovrebbe diventare consuetudine in tutte le pratiche veramente sportive di questo misero pianeta.

“Talvolta alcuni conti rimasti in sospeso  si regolavano durante le gare, è vero – conferma Gimax - ma c'era anche più amicizia e ci si aiutava a vicenda. Faceva parte del gioco”. E poi aggiunge che lui stesso vinse il Campionato Italiano di F2 nel 1979 all'ultima gara, sulla pista di Varano de’ Melegari, con una leggera ed efficace toccatina, fatta ad arte. Si stava giocando il titolo con Giorgio Francia e al via della gara Flammini dalla seconda fila partì meglio di tutti e andò in testa. Dopo qualche giro si fece sorpassare facilmente da Francia, ma quando si trovò alle spalle Gimax il pilota romano cercò di bloccarlo in tutti i modi; una volta arrivati alla frenata della curva  Ferro di Cavallo, Gimax spinse leggermente Flammini sul posteriore, facendolo finire in testacoda. Poi andò a concludere  secondo e con quei punti si aggiudicò il Titolo Italiano. 
Il viso di Carlo si arrossa, parla in modo più concitato, preso dalla foga del racconto sembra ancora seduto nell’abitacolo della sua macchina da corsa e non su quella dannata carrozzina a rotelle; la moglie lo rimprovera, preoccupata: lui la tranquillizza in modo perentorio e continua ricordando altre scintille  sportive con lo stesso Francia. Con l'Osella ufficiale disputarono in coppia a Pergusa una prova del Campionato Mondiale e, nonostante la loro bella vittoria finale, riuscirono ancora a beccarsi. Fa notare che in qualifica egli aveva fatto registrare il miglior tempo, era il più veloce. Durante la gara Francia, finito il primo turno di gara, gli aveva ceduto la macchina quasi senza freni; e poi alla fine si lamentò pure perché  il suo co-equipier  aveva tenuto un ritmo un pò lento! Gimax gliene cantò quattro in faccia e rimandarono la sfida a Misano Adriatico dove la settimana dopo era in programma il Campionato Italiano. In pista Osella aveva schierato due vetture gommate Pirelli. Racconta ancora Gimax: “ Francia nelle prove libere mi rifilava 7/8 decimi, e allora seduta stante decisi di montare quattro gomme MH; dopo qualche opportuna regolazione di assetto prima strappai la Pole Position a Francia e poi  vinsi anche la gara. Però questo cambiamento di gomme senza il consenso della Pirelli, mi costò di seguito il pieno appoggio della stessa azienda costruttrice degli pneumatici. Intanto però mi ero aggiudicato la vittoria finale nell'Europeo Prototipi 2000, dopo un campionato assai combattuto.”

Conosco a menadito le origini di Tino, prima meccanico, poi pilota, e poi ancora team manager e in sostanza ottimo tecnico; di contro, non ho riferimenti dettagliati sulla genesi di Gimax e adesso sono proprio curioso di farmi raccontare anche come sviluppò i suoi primi passi. Così gli chiedo di raccontare a questa allegra tavolata di intimi estimatori come è nata in lui la passione per l’automobilismo sportivo. Le sue parole escono fluenti dalla bocca e  gli occhi le accompagnano luccicanti e inumiditi.
La passione per le corse si instillò in Carlo ancora bambino, quando  incontrò Gigi Villoresi vicino a casa sua, a Barbaiana. Fu un giorno memorabile. Il famoso campione di automobilismo si fermò da quelle parti con una stupenda Maserati; ma al momento di ripartire la sua auto sportiva non ne voleva sapere di avviarsi. Allora Carlo, in compagnia dei suoi amichetti, lo aiutò a metterla in moto con una vigorosa spinta e Gigi Villoresi per ricompensarlo gli fece fare un bel giro nei dintorni. Da quel giorno incominciò ad amare  i motori alla follia e nacque perfino una bella amicizia con lo stesso Villoresi, al punto da chiamare il suo figlio primogenito Gigi. 
Debuttò in Formula Junior con una Volpini nel 1961. Corse nella medesima categoria per altri tre anni, e nel 1965 vinse il Campionato Italiano di F2 con una De Sanctis. L'anno successivo, 1966, firmò un contratto con la Matra per gareggiare nel Campionato Europeo di F2. Avrebbe dovuto debuttare a Barcellona sul circuito del Montjuich, ma il suo manager gli propose di allenarsi partecipando a una gara di F3 a Imola con una Wainer di Brambilla. Al quarto giro, sotto una pioggia torrenziale, uscì di pista e finì in una scarpata, si procurò una ventina di fratture e addirittura quattro mesi sulla sedia a rotelle. Così il contratto firmato con la Matra venne annullato. 
Con grande forza d’animo e l’energia della gioventù ritornò presto al volante, cambiando però la tipologia di macchine. In quegli anni le gare dei Prototipi erano combattute e spettacolari, molto seguite da Federazione, pubblico e mass-media;  grazie alla conquista del titolo Europeo Gimax ottenne anche la Superlicenza. 
Alle vetture Sport ci arrivò per caso nel 1976. Camathias aveva acquistato una March che però non lo aveva convinto del tutto, forse per un difetto aerodinamico:  quando superava i 250 kmh tendeva a scartare all'improvviso! Mica quisquilie. Perciò non ne volle più sapere di correrci e la cedette a Gimax per una cifra irrisoria. 
Morale della storia: alla prima gara di Misano Gimax  centrò  subito la Pole Position e vinse la gara lasciando tutti di stucco. Nel 1977 vinse il Campionato Italiano davanti al suo nemico, sportivamente parlando, Francia e così Osella gli propose di gareggiare con una sua macchina ufficiale; con quella  vinse poi il Campionato Italiano e il Campionato Europeo nel 1978. Sempre con l'Osella a motore turbo Carma 1420, nel 1981 conquistò il Campionato Italiano Prototipi vincendo diciassette gare su venti. Con quasi 500cv nella schiena aveva vita facile. 
I successi di quegli anni buoni  misero le ali a Gimax che, giustamente, incominciò a sognare in grande. Formula 1 compresa.

Gli domando allora  come ebbe la possibilità di accarezzare il grande salto che ogni pilota vorrebbe presto o tardi spiccare verso la Formula 1. E Gimax ne aveva una voglia matta, oltre che i presupposti tecnici e l’esperienza.
''Chiesi all'Ingegner Benzing di sondare nell’ambiente  se c'era qualche possibilità. Mi mise subito in contatto con Surtees e con il mitico John ci accordammo per fare le ultime quattro gare del Mondiale 1977 a partire da Zeltweg. Avrei dovuto usare la vecchia monoposto di Brett Lunger, che però andò distrutta al Nurburgring nell'incidente di Lauda. Allora si rinviò tutto. Poi nel 1978 Keegan si fece male, la sua macchina restò libera e tramite l'amico Vittorio Brambilla, guida ufficiale Surtees e amico mio, ci accordammo per un test a Goodwood in previsione del Gran Premio d'Italia a Monza. Ottenni subito tempi lusinghieri se si pensa che  non conoscevo la macchina e nemmeno  la pista inglese: mi sentii piuttosto gratificato ma allo stesso tempo mi parve una cosa strana. Quell'anno la Surtees era in difficoltà e solo Vittorio Brambilla riusciva a qualificarsi nei Gran Premi del Mondiale, seppure nelle ultime posizioni. Scesi in pista a Monza per le prove del Gran Premio ma, a causa di problemi al cambio e all’assetto della vettura non sono riuscito a girare regolarmente. Non ho potuto neppure  usare le gomme da qualifica. Poi tutto si complicò a seguito di un'animata discussione con il Team e la domenica mi sono visto la gara in TV, compreso il grave incidente che causò la morte di Peterson e il coma di Vittorio''. 

Alcuni anni dopo una persona bene inserita nell'ambiente e assai informata dei fatti mise al corrente Gimax di una usanza a dir poco sleale e disdicevole. I Team in difficoltà economiche erano soliti far provare i piloti emergenti che volevano accasarsi da loro usando nei test alcuni motori maggiorati nella cilindrata o altri trucchetti del genere: i risultati cronometrici confortanti avrebbero così invogliato e convinto i potenziali piloti di Formula 1 a diventare  entusiasti clienti. Alimentavano i loro sogni e svuotavano i loro portafogli. Sporchi giochi di illusionismo. E intanto i piloti tornavano a casa più poveri ed illusi, dopo aver firmato carnet di assegni bancari credendo di poter correre e competere a buoni livelli! Ma la legge della pista è poi  un’altra, completamente diversa. Inesorabilmente incontrovertibile.
Lo scherzetto in tutto costò a Gimax la bellezza di otto milioni di vecchie lire, per fortuna coperti interamente dagli sponsor. Carlo non aveva pretese particolari, nessun grillo per la testa, pensava solo di qualificarsi a Monza e di concludere una buona gara: sarebbe diventato un buon biglietto da visita, una credenziale  che, forse,  avrebbe potuto aprire le porte che contano per  altre gare di F1. 
Invece dopo quella esperienza negativa, giunto ormai alle soglie dei 40anni e con un'azienda e una famiglia a cui pensare, abbandonò in un angolo il pensiero della Formula 1. Ma non quello delle corse.

Nel 1979 e nel 1980 partecipò a 16 gare con la Williams FW06 del Team di Giacomo Agostini predisposta per il Campionato Europeo di Formula Aurora, una serie di competizioni inventate dai soliti inglesi con lo scopo di rivalutare le vetture monoposto di Formula 1 progettate negli anni precedenti, quelle  non più al passo con i mutevoli regolamenti dettati dalla FIA già sotto pressione del ciclone Ecclestone. Però erano macchine pur sempre potenti e accattivanti.
Il pilota milanese ottenne nella categoria molte belle soddisfazioni: probabilmente la più amata da lui fu certamente il 4° posto nel Gran Premio della Lotteria di Monza, a pochi metri dal podio! Ma personalmente voglio ricordare anche la sua partecipazione al Gran Premio  Dino Ferrari a Imola nel 1979: non era una gara valida per il Campionato Mondiale di Formula 1 però scesero sulla pista del Santerno molti dei Big Driver del momento come Jody Scheckter, Gilles Villeneuve, Carlos Reutemann e Niki Lauda,  che si aggiudicò la gara. Gimax partì in griglia alla destra di Bruno Giacomelli, ma sfortunatamente si dovette ritirare per noie al motore. Disputò l'ultima gara nel lontano 1990. 
Rimase sui circuiti d’Italia e d’Europa ancora per qualche anno, il tempo di seguire suo figlio Gigi che correva con lo stesso pseudonimo del padre - al quale aveva aggiunto un opportuno Junior, Gimax Jr. Lo faceva con  l’affetto  di un bravo padre e, soprattutto, con l’attenzione critica e la competenza del valente pilota. 
Gigi, Gimax Jr, ha corso nella Formula3 e nella Formula 3000 con ottimi risultati. Degno figlio d’arte.
L’ ultima apparizione ufficiale di Gimax in autodromo avvenne  qualche  anno fa, causa l'altro figlio Massimiliano, il Max di Gimax; questi  partecipava con  un'Alfa Romeo GT Junior alla Coppa Intereuropa:  ritrovarsi  nel suo vecchio ambiente gli procurava sempre un sorriso a quarantadue denti!
C’era anche all’ottantesimo compleanno del suo amico e mèntore Tino Brambilla. Allora fu il primo ad intervenire nei commenti augurali della serata e non poteva essere altrimenti: aveva un sacco di cose da raccontare, più degli altri piloti presenti. E poi provava una smania incontenibile di dichiarare  ancora una volta, nemmeno fosse necessario, la sua vecchia, profonda, vera amicizia con Tino. Mi fa pesare ancora oggi, qui al tavolo, che io non abbia  stigmatizzato sul libro il suo intervento! 

Poi la batosta, impietosa e inattesa, della salute che gli gira le spalle. Da quel giorno infausto Gimax sta correndo il suo più difficile Gran Premio. Lo sta correndo in rimonta dopo avere superato le avversità iniziali, quelle più ostiche. Talvolta si sente a corto di quelle energie psico-fisiche che dovrebbero influire positivamente sulla mente,sul morale, sul corpo. Tino non accetta debolezze da un pilota, come da se stesso, e non glielo manda a dire: “Gimax,  devi reagire, così come siamo sempre stati capaci di fare entrambi.  Sempre!” Vivere è come correre: non ci si stanca mai. Non si vorrebbe mai smettere. Al di là dei risultati. Anzi, è proprio quando mancano quelli che ci si deve riempire il corpo di adrenalina e si deve spingere. La scena adesso è tutta sua, del Tino: un tornado di sollecitazioni, un uragano di energie che Gimax vuole assorbire.
La moglie Mirella gli prende teneramente una mano sul tavolo: “Ascolta Tino e i tuoi amici!”
Silenzio.
Il caffè è già digerito da tempo. Però è rimasta al centro del tavolo una bottiglia di grappa morbida e bianca, buona che le manca la parola e, tuttavia, sembra voglia dire: versatene ancora un po’, dài!
Non è il caso. Riusciamo ad  alzarci tutti dal convivio, anche Carluccio con poca assistenza,  ma dobbiamo ancora riguadagnare il parcheggio.
Tino è il primo ad esortare il vecchio amico a lasciare la carrozzina: “Ciapa una bella stampèla che lè mej! “ L’ultimo consiglio della giornata al buon Gimax lo suggerisco io, da esperto: “La nostra macchina corporea non può stare ferma, inerte in un box, deve girare. Devi abituarti  ad  alcune sessioni di deambulazione domestica  con stampella, come dice il Tino, magari intorno al tavolo della cucina oppure dalla cucina alla camera da letto e viceversa. Però non è importante prendere i tempi di percorrenza con il cronometro: devi  solamente ripetere con metodo, tenacia e continuità. E’ una gara che si può ancora vincere. Mai mollare, vecchio campione, ci vediamo ancora qui. Presto!!“.
 
  
Walter Consonni

comments powered by Disqus