Test e prove su strada
Mini CooperD
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Un po’ ingrassata, i lineamenti più pesanti, qualcosa di nuovo anche sotto la pelle, ma la Mini è sempre la Mini. Cioè, il più bell’esempio di rivisitazione di un simbolo mai visto nel campo auto (Fiat 500 permettendo). Un’auto che è diventata il simbolo trendy di una generazione di giovani “giusti”, perché ci sono poche altre macchine, lasciando fuori le supercar, che proiettano sul proprietario un’immagine così positiva, sia a livello di posizione economica (i listini rimangono imbarazzanti) che di misurata sportività, unita a classe e ricercatezza di stile. Anche perché è difficile vedere due Mini uguali, tali e tante sono le possibilità di personalizzazione.
Ma la Mini precedente era anche bella da guidare, con una risposta ai comandi dello sterzo da kart, e in generale, un handling divertente e ben calibrato. Ma era anche dotata di motori che non la ponevano certo al top, neanche nella versione super vitaminizzata JCW da 200 e rotti cavalli. E tutto ciò valeva anche e soprattutto per l’unica versione a gasolio disponibile, che infatti non ha fatto sfracelli: motore troppo piccolo, mortificante per un’auto che rimaneva un po’ incompiuta.
La Mini 2007 ha motori più moderni, sia a benzina sia a gasolio, realizzati insieme al gruppo PSA (cioè Peugeot/Citroën), che li monta anche sulle proprie auto, anche se non sempre esattamente con le stesse caratteristiche di potenza e coppia. L’auto in oggetto è dotata del 1,6 litri a gasolio da 110 CV e 240 Nm di coppia max (260 con l’overboost) montato ad esempio dalla Peugeot 207. Sulla carta, l’uovo di colombo, cioè il motore perfetto per chi, in quest’auto, vede non solo un oggetto da mostrare, ma anche l’auto di tutti i giorni, col quale fare tanti km, in ogni strada.
Sarà vero?
Primo impatto e gli interni
Se viste una accanto all’altra, la nuova e la vecchia Mini intendo, le differenze sono abbastanza evidenti: sbalzo anteriore e lunghezza complessiva entrambe leggermente aumentate, frontale un po’ più pesante dovuto anche al cofano più alto, e vari piccoli ritocchi qua e là, tra cui un profilo cromato sulla linea di cintura, davvero bello.
Anche dentro sono un po’ diverse, pur rimanendo indubbiamente “Mini”, con quel tachimetro centrale (ancora più grande), il contagiri davanti al volante, le levette cromate, l’effetto metallo satinato di molti elementi (in realtà plastica), le bocchette della climatizzazione rotonde, i pannelli porta con l’incavo a forma di ellisse, il pomello del cambio in alluminio. Cambia l’apertura del vano portaoggetti davanti al passeggero, e il sistema di messa in moto, molto simile alle “cugine” BMW, con tasto Start/Stop accanto al foro in cui inserire la “chiave” (in realtà ci va tutto il telecomando, altro bell’esempio di design).
Insomma, l’effetto generale è piacevole e abbastanza famigliare.
Mi siedo al posto guida e afferro il volante. Che è di diametro un po’ maggiore di quello della versione precedente, ma la posizione di guida può essere sistemata finemente, da quella “sdraiata” e rasoterra, a una più raccolta, usando le regolazioni complete di sedile e volante. I comandi principali sono a portata di mano, meno accessibili quelli secondari, davanti al cambio e in posizione molto bassa. Generalmente non gradisco molto il tachimetro al centro, preferisco averlo davanti agli occhi, ma mi rendo conto che in quest’auto non poteva che essere lì. Per fortuna la velocità è comunque ripetibile in digitale nel piccolo display dentro al contagiri, che mostra anche ora e temperatura esterna (ma può essere riprogrammato in vari modi).
Un’occhiata dietro purtroppo non fa che confermare quanto quest’auto sia figlia unica del design. Perché lo spazio per le gambe è semplicemente assente. Sedersi nei posti posteriori con pilota e passeggero anteriore che spostano indietro i sedili anche solo un po’, può diventare davvero una tortura. Anche l’accesso è difficoltoso. Il guaio è che tutto questo non va neanche ad aumentare lo spazio per i bagagli, se non molto limitatamente, che rimane risicato. Insomma, la Mini continua ad essere un’auto da godersi in due, con i sedili posteriori abbassati (di serie si possono ribaltare in maniera simmetrica, cioè 50 e 50, e non 60 e 40 come molte auto) per mettere il bagaglio per 15 giorni, o da soli o in compagnia di un amico/amica per qualche curva in montagna o per spostarsi in città, magari da un locale all’altro.
La guida
Una pressione rapida sul tasto, e il motore si sveglia senza vibrazioni. Il suono è sommesso, e non particolarmente diesel. Insomma, si sente che è di progettazione recente.
Dentro la prima del cambio manuale a 6 marce, giustamente contrastato e molto preciso, come da “tradizione” Mini (almeno di quella nuova), e via.
Il primo tratto della prova, come sempre, è in città. La frizione è abbastanza morbida, il motore accetta partenze in seconda senza alcun problema. Il freno è una sorpresa, positiva, col suo attacco deciso, ma molto modulabile, e una potenza interessante. Insomma, ci si muove con grande facilità. Ma il tetto dell’auto nero, e l’abitacolo un po’ angusto, col sole che scalda ancora abbastanza, evidenzia che anche questa Mini è piuttosto calda. Apro i finestrini, ma non basta. Mano quindi alla climatizzazione, manuale, intuitiva ma con regolazioni vecchio stampo: due rotelle verticali per temperatura e velocità del ventilatore, un pomello centrale per direzionare i flussi, e tre tasti, uno che accende il compressore del condizionatore, uno per il ricircolo dell’aria, e lo sbrinatore per il lunotto. L’attacco del compressore del condizionatore si fa sentire con un rapido e leggero abbassamento del minimo, e riduce un po’ la verve del motore ai bassi regimi, ma la funzionalità è ottima, e il piccolo abitacolo si rinfresca rapidamente. Semafori, rotonde, stop & go, sono pane per i denti di questa Mini. Le dimensioni esterne rimangono sufficientemente ridotte per permettere parcheggi in scioltezza, e la visibilità è accettabile, anche se c’è di meglio (anche qui il design richiede qualche sacrificio).
Esco dalla città, e m’infilo in autostrada. Già l’uscita dalla corsia di accelerazione conferma i dati dichiarati (9,9 secondi da 0 a 100 km/h, tanto per avere un parametro di raffronto). A 120 all’ora indicati il motore gira tranquillo (poco più di 2000 giri), con una sesta abbastanza vicina alla quinta, ma comunque di tutto riposo. Fino a 70 all’ora, si può rimanere in sesta, al di sotto, la lentezza a riprendere velocità consiglia di scalare almeno in quinta, ma se il traffico lo consente, si può anche semplicemente schiacciare tutto e attendere almeno i 1700 giri, senza però distrarsi, perché da lì a superare la velocità codice non passa molto tempo. Conferme dai freni, sempre prontissimi, e dallo sterzo, rapido e preciso.
Insomma, se la città è pane per i denti di questa Mini, anche l’autostrada non è certo da meno. Percorro un centinaio di km senza risparmiare cambi di marcia, accelerazioni, riprese e frenate, ma anche l’autostrada più mossa alla fine diventa noiosa. Insomma, andrà anche bene in città e molto bene pure in autostrada, ma quest’auto è fatta per le curve, perbacco!
Un ultima nota sul diario riguardante la silenziosità di marcia, apprezzabilissima a velocità costante, ed esco. Dopo aver attraversato di nuovo un centro abitato, ad un semaforo che precede finalmente una strada disegnata col compasso invece che con la squadra, accendo lo stereo e sintonizzo una radio che trasmette musica “andante mosso”. Operazione che è meglio fare da fermi, perché i comandi sono piccoli e non molto in alto (sono nella parte inferiore del tachimetro centrale). L’impianto è senza infamia e senza lode, ma se da una parte la musica scelta perdona una certa mancanza di sensibilità, dall’altra al momento ho altro per la testa…
Inizia infatti il balletto!
Prima, seconda, tornante a gas tutto giù, con le ruote che fischiano appena, terza finché ce n’è, frenata importante a macchina dritta, di nuovo seconda, appoggio immediato sulle ruote esterne, uscita in accelerazione, dosando il gas stavolta. E via ancora, curva aperta da seconda/terza, con asfalto sconnesso, nessun problema, sterzo comunicativo, buon appoggio anche del posteriore. Lungo tornante a destra da seconda/terza, seguito immediatamente da una controcurva secca a sinistra, con frenata e scalata a macchina ancora in appoggio sul lato opposto, praticamente un pendolo “naturale”. Ma “lui”, il retrotreno intendo, non sembra soffrire molto, scivola appena, ma non molla, se non sollecitandolo davvero, scaricandolo completamente frenando a lungo e in maniera decisa in diagonale, e inserendo infine l’auto in curva con cattiveria. Anche così, molla con delicatezza, molto meno repentinamente di quanto non facesse la Mini precedente, che però ho provato in versione Cooper S, e gommata anche diversa. A proposito, l’auto in prova monta i cerchi da 17” chiamati “Crown Spoke”, a otto razze stondate, con pneumatici 205/45 (tutto optional, di serie sono da 15” con gomme 175/65), che sembrano davvero un un buon compromesso tra sportività e precisione dello sterzo. Ah, naturalmente i pneumatici continuano ad essere run-flat, cioè permettono di viaggiare, con dei limiti di velocità e percorrenza, anche in presenza di una foratura. Ed è presente, di serie, il controllo della loro pressione, indispensabile perché viste le loro caratteristiche, è difficile accorgersi subito dello sgonfiamento di una gomma.
Raggiunto il passo, affronto con piglio deciso anche la discesa successiva, in certi punti ripidissima. Beh, non che fosse necessario, ma arrivano ulteriori conferme della bontà dei freni, che sembrano addirittura sovradimensionati per l’auto (meglio così), e pur continuando a sollecitare una reazione sopra le righe, aiutato anche dalla pendenza della strada, che aiuta l’alleggerimento del retrotreno, l’auto continua a sembrarmi ancora più “piantata” della precedente.
Raggiungo il fondovalle col sorriso sulle labbra, abbasso lo stereo, rimetto su gli occhiali scuri a mascherina “d’ordinanza” (potrebbero anche regalarli con l’auto, tanto gli inforcano tutti quelli che ne guidano una…), e tiro una riga mentale sui dubbi: il DNA rimane indiscutibilmente Mini.
Conclusioni
È un ottimo esempio di sportiva senza eccessi. Almeno come handling, ovviamente, perché in questa versione CooperD il motore è pur sempre un 110 CV a gasolio, e non può minimamente competere, come prestazioni, con le piccole bombe a benzina da 200 CV, né con la sorellona grande, quella nuova Cooper S, sovralimentata si, ma senza il “miagolante” volumetrico.
Dove però, obiettivamente, si gode tanto, ma proprio tanto, è al distributore. Si, d’accordo, i consumi dichiarati saranno un po’ ottimisti (4,4 litri per 100 km nel ciclo misto sono valori da scooter), ma dai miei calcoli, nel corso del test i mitici “20 con un litro” sono stati toccati tranquillamente, pur senza risparmiare la meccanica, che garantisco non è mai rimasta più di pochi secondi allo stesso regime di giri (giusto quelli necessari ad attendere che quel furgone in autostrada si spostasse).
Quindi, sarà pure trendy e alla moda, ma questa Mini continua ad avere una base solida e ben realizzata: sotto l’aspetto della guida, insomma, niente da dire. I problemi sono altri, e sempre gli stessi. Un prezzo decisamente alto (20.950 Euro per il modello senza optional sono un bel botto) - che però tiene nel tempo come poche altre auto, e non solo della sua categoria - e un’abitabilità sui generis, con due posti anteriori accettabili, anche per taglie forti e per chi è alto (la possibilità di abbassare il sedile fino praticamente al pianale permette di guadagnare preziosi centimetri per la testa), ma due posteriori risicati, e una bauliera che contiene a malapena due borse per la palestra. Tanto che tra gli optional c’è anche il set di borse, come usano fare spesso certi costruttori per le loro sportive di alto rango.
Ma poiché al cuore non si comanda, se la Mini è la “vostra” auto, prenderei in serissima considerazione proprio questa versione CooperD, la più equilibrata della gamma, in attesa della Clubman, altro sicuro successo (che spero davvero di poter provare presto).
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